Quando gli amici di InformaGiovani Arezzo fanno esperienze interessanti, ci fa sempre piacere condividerle. Questo è un primo articolo che Ilaria Severi ci ha mandato all’inizio della sua esperienza come  Teaching Assistant di italiano all’Università di Oberlin!

IlariaSeveri“Iniziare, cominciare, intitiatium, initiantur, beh inutille fare i filosofi, volevo mettere un po’ di latino perché quello ci sta sempre bene, ma in realtà è solo un modo per perdere tempo, perché non so da che parte iniziare. Iniziare, che verbo tanto difficile da dirsi e da farsi, in effetti non si sa mai da che parte iniziare. Gli arabi per esempio iniziano da destra. A fare che? A leggere!
Scherzi a parte, forse è meglio iniziare dalla cosa più semplice: mi presento, mi chiamo Ilaria ho 23 anni (fra poco 24, ma è un dettaglio e nelle presentazioni iniziali i dettagli sono fuori luogo, fuorvianti, inopportuni) e al momento mi trovo nella stanza 101 della casa francese del campus dell’università di Oberlin, Ohio, Stati Uniti- meno male che i dettagli erano fuori luogo!
Forse come inizio è un po’ brusco, bene partiamo allora da qualche mese fa. Nell‘aprile scorso, il 15 per l’esattezza- e qui il dettaglio è fondamentale lo si vedrà in seguito- mi sono laureata in Lingue e Comunicazione Interculturale presso l’Università di Siena, anche se i miei studi si sono sempre svolti nel campus di Arezzo, sede distaccata dell’università di Siena. Ecco, quello per me è stato un giorno di inizio più che di fine, sì perché pur segnando la fine di un percorso è stato l’inizio di un qualcosa di nuovo e ancora più bello ed emozionante. Pochi giorni da quella data infatti ho ricevuto la lettera della mia vita, quella che in un modo o nell’altro ti cambierà per sempre, dove mi si diceva che ero stata accettata come Teaching Assistant di italiano all’Università di Oberlin– anche detta assistente del professore.
Ed è esattamente un mese fa, ovvero il 15 di agosto– ed ecco allora l’importanza della data e dei dettagli, “chissà se vorrà dire qualcosa?” mi sono chiesta- è iniziata la mia avventura. Dalla città del Vasari, di Piero e del Saracino (e perché no anche della “Pora Sputaci”) mi sono diretta all’aeroporto di Roma Fiumicino e sono salita su quell’aereo che mi ha portato dove mi trovo adesso, il Nuovo Mondo. Beh ancora nuovo lo è rispetto alla vecchia e scricchiolante Europa, ma è altrettanto simile e a modo suo scricchiolante come quell’altro continente là (ma di questo ne parleremo più avanti).

Ritornando a noi, un mese è già passato e le sensazioni e le esperienze che ho accumulato fino ad ora sono già tante, incredibilmente tante oserei dire. Per quanto mi riguarda venire in America è stata la realizzazione di un sogno, quel sogno nel cassetto che si serba lì nascosto per anni con la speranza che un giorno chissà “realtà diverrà!”. Tutti gli sforzi e l’impegno che ho sempre messo nello studio mi hanno portato a quello che ho sempre desiderato. Ho sempre sentito una particolare attrazione nei confronti di questo paese, quasi inspiegabile; ho avuto modo di viaggiare anche in altre parti del mondo; sono stata in Inghilterra dove ho studiato in un college come studentessa Erasmus; sono stata in Australia, a Melbourne, dove vive una mia cugina aretina e dove ho lavorato come cameriera; ma nessuno di questi paesi mi aveva mai attratto come l’America.
E una volta arrivata qui devo ammettere che non ha affatto deluso le mie aspettative; sembra assurdo ma quello che ci viene mostrato dal cinema hollywoodiano e che crediamo essere solamente una rappresentazione cinematografica è in realtà molto più simile alla realtà di quello che si pensa. La frase più comune dei primi quindici giorni è stata “Sembra di essere in un film!”. E non vi parlo di New York, infatti mi trovo in una piccola cittadina, “tipicamente americana”, così dicono tutti, nel bel mezzo dell’Ohio dove risiede questo famoso College noto soprattutto per il conservatorio di musica. Questo soltanto dovrebbe far capire che atmosfera e che aria tira da queste parti; c’è elettricità nell’aria, c’è musica, c’è arte, c’è un continuum di vibrazioni positive di vita e di voglia di scoprire il mondo. Questa è l’università americana; questo è il posto dove niente accade per caso o per fortuna; questo è un posto dove la gente dorme poco o nulla per studiare, per lavorare, per suonare e provare. Ma non cogliete l’aspetto negativo della cosa, anzi, tutto questo è la dimostrazione che qui le persone hanno capito- ormai da tanto tempo- che per raggiungere un obiettivo bisogna sudare, bisogna rimboccarsi le maniche.
Ma tornando a noi, dal quel 15 di agosto tante cose sono successe; ho conosciuto tante nuove persone da ogni parte del mondo. Gli altri TA, i miei colleghi, vengono infatti dai posti più disparati: c’è l’argentina, Paula; Jeorge, il peruano; Julie e Camille le due francesi anche loro, a ragion dovuta, risiedenti nella casa francese; Sarah, la tedesca; Jaqueline la brasiliana, Anya la russa e infine Sheik dalla Mauritania.Tutti noi qui nella piccola cittadina di Oberlin a vivere forse una delle esperienze più belle e allo stesso tempo assurde della nostra vita. E tutti noi qui a sostenerci a vicenda ogni giorno, sia nei giorni belli e felici che in quelli più pesanti e difficili; seppur lontani da parenti e amici nessuno di noi è solo qui, sappiamo, anche se ci conosciamo da pochissimo tempo, che ci siamo per sostenerci l’un l’altro. Questa è la forza del viaggiare e andare in giro per il mondo!

Tutti noi ci siamo ritrovati catapultati in questa realtà totalmente nuova, che seppure simile a quella che la televisione ci mostra, a volte è WorkAheaddifficile da capire ed assimilare, sopratutto per noi europei. In un mese ne ho già viste molte, non posso dire tutte, Oberlin è un luogo che davvero ti sa sorprendere ogni giorno, benché sia molto piccolo. Sì perché, non ho specificato, qui, come nella maggior parte delle piccole-medie cittadine americane non ci sono i mezzi pubblici, ci si sposta in bici o in macchina (avete presente il paesino della soap “Everwood”? O di “Una mamma per amica”? E qui si ritorna al “sembra di essere in un film…”). L’università però è una delle più all’avanguardia sia tecnologicamente che e soprattutto mentalmente. Basti dire che è stata la prima università americana ad aprire le porte a gente di colore e alle donne, cosa che mi rende ancora più fiera di essere venuta a lavorare qui. Ad Oberlin vige l’idea che ognuno è libero di essere ciò che vuole e ciò che si sente di essere. Qui è normale vedere gente andare in giro per la città a piedi nudi; alla mia domanda “perché vai in giro scalzo?” un ragazzo mi ha risposto “perché voglio sentirmi a contatto con la terra”; o ragazzi vestiti da ragazze e che si fanno chiamare con nomi femminili perché seppur nati in un corpo maschile loro si sentono più Jennnifer che Jhon, e questo è semplicemente stupendo!
Questa libertà di agire e di vivere e di comportarsi secondo le proprie ragioni e verità interiori è un principio molto vivo nella mente e nella cultura americana ed è un qualcosa che noi europei, purtroppo, non siamo molto abituati a vivere, a vedere e a comprendere.
E come ho detto, grazie al famoso conservatorio del college, il campus pullula di musicisti; gente folle, eccezionale, geniale che ti illumina quando inizia a suonare il proprio strumento. I musicisti sono fonte di ispirazione per tutti noi comuni mortali- sì perché loro non lo sono, sono più simili a esseri ultraterrestri – e l’ho capito solo stando qui. Loro sono vita che si sprigiona con una nota, con una canzone cantata da un gruppetto di artisti lì nel cortile di fronte casa tua. E quella musica, quel gruppetto di vita è ciò che ti salva dalla disperazione dello studio di mezzanotte quando tu povera e fortunata assistente-studente sei lì che prepari le lezione per il giorno dopo oppure studi russo o provi a leggere le trenta pagine del secondo capitolo del libro di pedagogia consapevole che forse se riuscirai a leggere almeno l’introduzione potrai presentarti a lezione il giorno dopo. Ah sì, questo dettaglio mi è sfuggito, io sono assistente-studente, oltre che lavorare ho l’obbligo di studiare e questo rende il tutto decisamente più interessante.
TO BE CONTINUED…”